Viaggio tra le storie e le emozioni tra vertiginose acrobazie di clowns musicisti e racconti circensi, monologhi d'autore, una favola sufi e echi pasoliniani per una riflessione sul rapporto uomo-natura, un vivido affresco della fine del Novecento, tra ribellioni giovanili e rivoluzioni rock, oltre a miti e leggende dell'Isola con la Stagione 2026-2027 di Teatro Senza Quartiere organizzata dal Teatro del Segno, con la direzione artistica di Stefano Ledda, al TsE di Is Mirrionis in via Quintino Sella a Cagliari, nell'ambito del progetto pluriennale Teatro Senza Quartiere / per un quartiere senza teatro (2017-2026), con il patrocinio ed il sostegno della Regione Autonoma della Sardegna e il patrocinio del Comune di Cagliari, e con il contributo della Fondazione di Sardegna.
Sette titoli in cartellone da ottobre a dicembre, tra nouveau cirque, prosa e musica, storie metropolitane e ritratti di famiglia, per un'indagine sulle umane passioni e sui paradossi del reale che affronta temi universali, dal tragico binomio eros-thanatos al dolore della malattia, dalle rivolte giovanili alla diffusione delle droghe (di nuovo alla ribalta delle cronache, per una nuova emergenza sociale), e ancora i mutamenti culturali, economici e sociali e il trionfo dell'industria, con il passaggio dalla civiltà agro-pastorale ai nuovi paesaggi urbani, la perdita dell'identità e il ritorno alle radici.
Il fascino e la magia del nouveau cirque – sabato 17 ottobre alle 20.30 – con “Kalinka / Il Circo come non l’avete mai visto” di e con Ferdinando D’Andria e Maila Sparapani, con la collaborazione artistica di Carlo Boso, disegno luci e audio a cura di Federico Cibin, scenografie di Ferdinando D’Andria, messa in scena di Luca Domenicali (produzione Compagnia Nando e Maila). Uno spettacolo originale e avvincente, incentrato su una coppia di artisti che rimanda all'universo felliniano: «Mascherpa è uno sgangherato impresario presentatore-spalla, Zirovna è una non meno pasticciona primadonna venuta-scappata-scacciata, vai a capire, dalla grande tradizione circense della Russia sovietica». “Kalinka” – un titolo che rimanda alla celebre canzone scritta da Ivan Petrovič Larionov nel 1860 – racconta atmosfere e momenti tragicomici di una vita sotto il tendone, attraverso i duetti ironici interpretati da Nando e Maila, straordinari clowns, acrobati e musicisti, tra screzi, frecciate, dispetti, in una performance virtuosistica tra giocoleria e danze aeree, numeri sul trapezio e esercizi d'equilibrio in monociclo, ma anche la sensualità di un tango suonato e danzato, in un susseguirsi di gags e invenzioni, tra ironia e poesia.
Una storia di artisti viaggianti nell'Europa del Novecento – domenica 25 ottobre alle 20.30 – con “Il Circo Capovolto” di e con Andrea Lupo, liberamente tratto dall'omonimo romanzo di Milena Magnani, con la collaborazione artistica di Andrea Paolucci e le musiche originali di David Sarnelli (produzione Teatro delle Temperie). In fuga dall'Ungheria, Branko Hrabal approda in un campo rom in Italia e qui ripercorre, sul filo della memoria, le vicende della sua famiglia e in particolare del nonno Nap’apò, da cui ha ereditato, racchiusi in dieci scatole, attrezzi e costumi e tutto quel che resta del circo, spazzato via dalle persecuzioni naziste. “Il Circo Capovolto” rievoca una pagina tragica del passato recente, e la storia e la cultura ma anche le condizioni attuali delle genti nomadi, la difficoltà di integrarsi nella società contemporanea, senza rinunciare alle proprie tradizioni. Nella sua nuova patria, Branko riscopre le proprie origini e trova nei bambini gli ascoltatori più attenti, interessati ai suoi racconti e incuriositi dai tesori racchiusi in quelle scatole: insieme a loro riscopre la passione per le arti circensi e ricrea quell'antica magia, simbolo di riscatto, oltre l'emarginazione e i pregiudizi, alla periferia di una moderna città.
Una storia dell'acqua, risorsa essenziale e preziosa, tra mito e contemporaneità – sabato 31 ottobre alle 20.30 – con “Abba Acuada” (L'Acqua Nascosta), con drammaturgia di Juri Piroddi e Silvia Cattoi, a partire da una favola sufi e dalle parole e dagli scritti di Pier Paolo Pasolini, accanto alle poesie di Wisława Szymborska, Mariangela Gualtieri, Charlie Chaplin e di Ilenia Sara, accanto ai testi originali di Juri Piroddi, con suoni e assistenza tecnica di Emanuele canu, per la regia di Juri Piroddi (produzione Rossolevante). Sotto i riflettori Silvia Cattoi, Juri Piroddi e Maria Giulia Cabiddu tracciano un percorso immaginifico «dal tempo in cui gli dei “camminavano sulla terra” e ogni sasso, ogni albero, ogni fonte, ogni monte era abitato da una qualche presenza sacra che interagiva con gli umani, fino ai nostri giorni». “Abba Cuada” racconta la desolazione dei nostri tempi, difficili e confusi, «segnati dalla “morte di Dio” e del Sacro», il destino di un'umanità cieca in corsa verso la catastrofe. Infatti «L’acqua-vita, concentrato di energia che tutto rende possibile ma che adesso – sfinita – si nasconde, prende strade misteriose e sotterranee, oppure vendicative (siccità) o violente e distruttive (quelle della tempesta, dell’alluvione...)».
Ritratto di una generazione “perduta” tra l'energia del rock e l'esplosione della new wave – sabato 14 novembre alle 20.30 – con “Indegni / Quasi un Musical”, con lo scrittore, giornalista e dj Francesco Abate (autore del romanzo “Gli Indegni” - Giulio Einaudi Editore) e con Renzo Cugis (chitarra e voce), Fabio Farigu (basso e voce) e Betti Manca (voce) per un vivido affresco della società italiana alla fine del Novecento (produzione Osteria Sonora). Un Recital coinvolgente che ripercorre un'epoca – gli Anni Ottanta – di profonde trasformazioni socio-economiche e di grande fermento artistico e culturale, attraverso lo sguardo “ribelle” di chi ha vissuto sulla propria pelle, con la disarmante e spregiudicata temerarietà della giovinezza, quell'atmosfera densa di stimoli (artificiali e no) e derive pericolose, con il diffondersi della droga e dell'Aids. Sulla falsariga del romanzo e sul filo dei ricordi, Francesco Abate (voce narrante) rievoca in chiave (quasi) autobiografica, tra realtà e invenzione, la (stra)ordinaria epopea di personaggi emblematici appartenenti a diversi ambienti e il clima di quegli anni, tra «il punk, le radio libere, la new wave, le discoteche, i concerti, le fughe, le amicizie assolute, gli amori disperati, la provincia che sogna Londra e Berlino».
Focus sulla fragilità umana e sull'ambiguità (ed il potere) delle parole – sabato 28 novembre alle 20.30 – con “Forse” di e con Andrea Serra, con la collaborazione alla drammaturgia di Francesco Checco Serra (produzione Le Quinte Emotive), un intenso e emozionante monologo che «indaga il rapporto tra linguaggio, memoria e identità». Il protagonista, Marco, «ha costruito la propria vita sull’esigenza di chiarezza assoluta»: persuaso che troppo spesso vengano utilizzate «parole sbagliate e inadeguate», avverte il «bisogno di ordine e definizioni precise» e soffre davanti all'indeterminatezza delle situazioni, al caos del mondo che lo circonda. Una laurea in giurisprudenza gli permette di trovare un impiego presso lo studio legale “Sole, Sole e Sole”: si occupa dello studio e della preparazione dei casi con serietà e competenza, ma il suo lavoro finisce lì, prima dell'ingresso del tribunale. Infatti, quando Marco chiede di poterli seguire in aula, insomma di svolgere fino in fondo la professione di avvocato, il socio anziano, pur riconoscendo la sua profonda conoscenza della materia, aggiunge che «gli manca il “guizzo”». E quella parola vaga risveglia in lui il ricordo di un antico trauma, da cui nasce il suo desiderio di sicurezza e finalmente «quel “forse” che per anni ha rappresentato un ostacolo si trasforma in possibilità».
Una riflessione sulle moderne migrazioni sulla spinta della necessità o della curiosità – sabato 12 dicembre alle 20.30 – con “Why” di e con Daniel Dwerryhouse, un originale monologo tra spunti autobiografici e ricordi familiari, esperienze e incontri all'insegna dell'(auto)ironia (produzione Il Collettivo Amori Difficili, con il sostegno di Accademia Vega). «Tutti si spostano, tutti sono alla ricerca di una vita migliore, è naturale il desiderio di muoversi» – afferma l'attore Daniel Dwerryhouse –. «Mio padre lo ha fatto e io mi sono ritrovato a nascere in Italia con un cognome diverso, Dwerryhouse, Inglese, Gallese, con una bisnonna Irlandese». Un'identità complessa, in cui confluiscono idealmente differenti visioni del mondo, tra l'eredità familiare e le influenze dell'ambiente, rappresenta il punto di partenza per un'analisi di una questione attuale, insieme tragica e paradossale: il riaffiorare, nella moderna civiltà globale, di un fenomeno come la xenofobia, la paura dello straniero. «Voglio raccontare perché ci muoviamo, perché l’uomo si sposta» – sottolinea Daniel Dwerryhouse – «e ricordare a tutti che è naturale come avere fame o sete: «abbiamo tutti le stesse paure, siamo tutti sulla stessa barca, e dobbiamo ridere di noi, per vederci con chiarezza, solo così possiamo comprendere uno dei mali di questo mondo: la mancanza di empatia».
Viaggio in una terra antica, tra memorie ancestrali e modernità – sabato 19 dicembre alle 20.30 (fuori abbonamento) – con “Miele Amaro”, un recital liberamente tratto dal libro omonimo di Salvatore Cambosu, con adattamento di Stefano Ledda e drammaturgia musicale di Andrea Congia, per sfogliare idealmente le pagine della preziosa antologia di canti e racconti, tra miti e leggende, antichi saperi e tradizioni dell'Isola al centro del Mediterraneo, per la regia di Stefano Ledda (produzione Teatro del Segno e Tra Parola e Musica). Sotto i riflettori, Stefano Ledda (voce e giocattoli sonori) con Andrea Congia (chitarre e pedal board) e Andrea Cocco (fisarmonica e strumenti tradizionali sardi) rievocano la figura di Aristeo, «figlio della Terra, missionario civile nell'agricoltura e nella pastorizia e fin nella pastorizia», la cui effigie, con il corpo ornato di api, rinvenuta a Oliena, presso “sa vidda 'e su medde” (il villaggio del miele) è custodita nel Museo Archeologico di Cagliari. Tra i racconti, “La madre dell'ucciso”, una storia d'amore e morte, avidità e ingiustizie, in cui affiora anche il tema del banditismo: quasi una favola moderna sul tragico destino di due giovani innamorati, struggente e poetica. E altre sorprese tratte dal ricco scrigno – quasi un'enciclopedia della Sardegna – di “Miele Amaro”.
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