L’Alzheimer non è un semplice termine clinico, né soltanto una diagnosi che riguarda il destino di una persona: è una frattura che attraversa intere famiglie, incrina i rapporti, mette alla prova comunità intere. È un labirinto in cui i ricordi smarriscono le loro coordinate, e chi ne è colpito – direttamente o indirettamente – si trova a camminare senza mappe, affidandosi soltanto alla forza fragile dei legami.
In questo labirinto prende forma Il Filo di Teseo.
Non un dramma sulla malattia, ma un viaggio dentro la memoria e le sue crepe, un atto di resistenza contro la dimenticanza. Il teatro, con la sua immediatezza e la sua forza evocativa, diventa il filo che consente di non perdersi del tutto, di trovare un varco laddove il tempo sembra cancellare volti, storie, identità.
La storia si concentra su Nello, fratello maggiore che oscilla tra lucidità e oblio, e sulle sue sorelle Carla e Mary, insieme al giovane François. Ognuno porta con sé le proprie contraddizioni: il pragmatismo che diventa peso, la ribellione che si tramuta in fuga, la leggerezza che diventa cura involontaria. Il loro intreccio non è soltanto familiare, ma universale: rappresenta la tensione costante tra chi si aggrappa al passato e chi teme di perdersi nel presente.
La scena, essenziale ma simbolica, diventa al tempo stesso casa e rifugio, ma anche specchio deformato di ciò che la mente spezza e ricompone. Scarpe che scompaiono, valigie mai chiuse, attese infinite: dettagli che si fanno segni, metafore concrete dello smarrimento. Ogni dialogo è un passo dentro quel labirinto in cui la realtà si confonde con i ricordi, e lo spettatore non è mai spettatore soltanto, ma si ritrova parte di quel medesimo disorientamento.
Eppure Il Filo di Teseo non indulge nel dolore. Al contrario, sceglie di restituire al pubblico un’esperienza viva, fatta di ironia, leggerezza e improvvisi lampi di comicità.
Perché anche la risata, in questo contesto, non è evasione ma resistenza: un modo per non cedere al patetico, un gesto che ricorda che l’essere umano è capace di creare senso anche dentro il caos.
Il patrocinio dell’Associazione Alzheimer Italia non è un semplice riconoscimento formale, ma la testimonianza di un valore sociale e culturale profondo.
Portare in scena l’Alzheimer significa sottrarlo al silenzio e offrirlo alla condivisione collettiva, riconoscendo che non appartiene soltanto a chi ne porta la diagnosi, ma a ciascuno di noi, come comunità.
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