Abitare non è un fatto stabile. Non coincide con un luogo, né con una forma riconoscibile una volta per tutte. È piuttosto una tensione: tra ciò che si è e ciò che si occupa, tra presenza e trasformazione, tra corpo e spazio. Questa mostra nasce da un cambio di sguardo: i lavori di Beatrice Marinoni prendono avvio da esperienze intime, ma qui vengono sottratti a una lettura autobiografica per essere messi in relazione, come frammenti di un unico discorso aperto. Non una narrazione lineare, ma una costellazione: immagini che non si completano, che non si chiudono, e proprio per questo continuano a interrogare.
Nel verbo “abitare” si nasconde un’ambiguità originaria: significa avere, possedere, ma anche essere, stare, permanere. Abitare è allora un esercizio instabile che riguarda tanto il corpo quanto lo spazio, tanto l’identità quanto la sua continua ridefinizione. Nei lavori in mostra il corpo non appare mai come unità piena. È riflesso, frammento, interruzione. Si manifesta attraverso superfici che lo restituiscono solo parzialmente, oppure attraverso elementi naturali — rami, fiori, materia organica — che ne moltiplicano le direzioni, come se l’identità fosse una struttura ramificata più che un centro definito. Abitare il proprio corpo, qui, significa forse sostare dentro questa complessità senza avere la pretesa di ricomporla.
Se lo specchio restituisce un’immagine sempre incompleta, è l’ombra a portare il corpo nello spazio. Una presenza che non coincide con la visibilità, ma che insiste, si estende, occupa. L’ombra non mostra: indica. È una forma di esistenza minima, eppure inevitabile. In questo slittamento si apre una domanda: abitare significa essere presenti, o è necessario un atto intenzionale perché uno spazio diventi davvero abitato? Si può stare senza abitare, così come si può abitare senza lasciare tracce evidenti?
Le immagini sembrano muoversi lungo questa soglia. Il dentro e il fuori non sono più separabili: il corpo diventa spazio, lo spazio assume qualità organiche, la materia trattiene il tempo e lo restituisce sotto forma di segno, di ferita, di superficie.
Anche il gesto del collage e della ricomposizione insiste su questa logica. Non costruisce unità, ma mantiene visibili le giunture, le fratture, le sovrapposizioni. Abitare non è allora rendere stabile, ma esercitarsi a tenere insieme.
Le figure che abitano queste immagini sono sole. Non c’è una dimensione collettiva esplicita, e tuttavia non si tratta di isolamento. Piuttosto, di una condizione condivisa ma non rappresentata: quella di un'esistenza che si misura continuamente con il proprio modo di stare al mondo. In questo senso, la mostra non chiede di riconoscere una storia, ma di sostare in una domanda. Forse abitare è proprio questo: non coincidere mai del tutto con il luogo che si occupa, ma continuare a negoziarlo. Costruire una possibilità di permanenza in equilibri temporanei, come una funambola.
Ilaria Pisanu
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