Per scrivere Kamikaze, Eleazaro Rossi ha intrapreso un pellegrinaggio più esistenziale che turistico: destinazione Cividale del Friuli. Lì, ospite di un albergo tre stelle con mezza pensione e piena crisi di coscienza, ha passato settimane a fissare l’orizzonte, interrogando il silenzio e chiedendosi se il problema fosse il mondo o lui.
La risposta, come sempre, è arrivata chiara: entrambi.
Kamikaze è l’undicesimo monologo di un uomo che non riesce a stare zitto. Uno spettacolo che non vuole essere raccontato né spiegato, perché preferisce esplodere da solo — lentamente, ma con stile.
Sul palco si parla (più o meno) di tutto: vita, morte e quello spazio indefinito in mezzo. Dei giornalisti che al buffet diventano creature mitologiche, di sensi di colpa serviti freddi, famiglie da psicanalisi collettiva e di quel capitalismo che ti promette tutto, tranne la pace.
Ci sono anche nonni volontari, infarti sperati e argomenti che il teatro non approverebbe (ma che fanno ridere lo stesso).
Kamikaze non è un monologo. È un gesto impulsivo, una risata fuori posto, una riflessione che ti scoppia tra le mani.
È una catastrofe lucida, annunciata, inevitabile.
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