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Autoritratti formato tessera di Marcello Diotallevi

Autoritratti formato tessera di Marcello Diotallevi

Marcello Diotallevi rifugge dallo strenuo "combattimento per l'immagine". 

Gioca sul differimento, ponendo fra se stesso e l'opera come un diaframma desoggettivizzante. L'osservazione vale in particolare per le "Lettere al mittente" e per le "Lettere autografiche", dove l'artista, una volta approntato il suo ingegnoso meccanismo, dà avvio ad un processo che demanda il compito dell'elaborato visivo all'intervento di ignari "coautori". Sia pure in modi diversi, questo suo smarcarsi dal coinvolgimento pieno nella fattualità dell'opera è presente anche nel successivo ciclo delle "Bugie". Qui il significato, al di là dell'intrigante congegno linguistico-iconico, é da ricercare nell'idea-progetto di una ripetizione "differente" in cui la ricorrenza seriale della stessa immagine é ottenuta, ogni volta, mediante una diversa tecnica esecutiva. 

Parrebbe una manifestazione di frigidità concettuale, non fosse per il fatto che attraverso un dispositivo in apparenza asettico, affiorano, a guardar bene, insorgenze dell'io.
Dove è presente (questo, ci sembra, é il tratto unificante del suo intero percorso di lavoro, compresa l'attuale serie degli "Autoritratti formato tessera") un continuo interrogarsi sulla creatività artistica come prodotto e attributo dell'individuo. Anche in questa esperienza, nella quale l'interrogazione é spinta più a fondo, si ha uno svolgimento nel tempo lungo, col predisporre le cose per successivi interventi. In questo caso però compiuti in prima persona. Non è una svolta da poco.
Diotallevi si esercita in un gioco combinatorio il cui oggetto è la propria immagine; o meglio, la sua "riproduzione meccanica". Servendosi nel modo più usuale del "fai da te" fotografico cui sono adibite le apposite "cabine" che contribuiscono ad imbruttire il nostro paesaggio urbano.
Autolesionismo a parte ("fa a pezzi" il proprio volto a colpi di forbici: sulla carta, é vero, tuttavia la metafora é bruciante) c'è i declassamento di questo "luogo pittorico di illustre ascendenza che è l'autoritratto, a prodotto "senza qualità" (che tuttavia, rispetto alle precedenti esperienze, segna una più marcata evidenza; ha spessore, intensità espressiva: e non tutto è dovuto al "realismo" dell'immagine).
Su di essa Diotalievi interviene con un procedimento di scomposizione-ricomposizione. Rimescolando però le carte, per cui a reintegrarsi tra loro, per ricostruire l'insieme, non sono i "tasselli" giusti. Ne risulta un mosaico scombinato, dove i diversi spezzoni di tratti somatici, capi di vestiario, "ornament", sono arbitrariamente accostati in modo da offrire quattro "apparenze" diverse dello stesso individuo. O meglio, un "io iperdiviso" in visione simultanea. L'identità è, insieme, offerta e negata, col deviare l'attenzione sul suo gioco funambolico (che pure è intriso di materia esistenziale). L'autore esibisce una carta d'identità falsa. Non tanto però da evitare che tra le pieghe di questa sua manipolazione sia dato intravedere una qualche scomoda verità. Ad esempio, che questo suo apparentemente sconnesso declinare il tema dell'identità (che poi é un giocare mettendosi in gioco) rimandi alla condizione, che stiamo vivendo un po' tutti, di obsolescenza dell'Io.

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27-05-2026 - 13-06-2026
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