Teatro giovane, nuove matrici espressive, vivacità drammaturgica ed estetica, sperimentazione e contaminazioni, respiro internazionale: questo il cuore pulsante di 1€uro Festival che anche quest’anno, a partire dal 4 maggio e fino al 5 giugno, si svolgerà nella preziosa cornice del Teatro delle Saline di Cagliari.
Il cartellone si divide in 2 turni: turno A (lunedì e giovedì), turno B (martedì e venerdì). Tutte le rappresentazioni andranno in scena alle ore 21:00 e saranno precedute alle 20:30 da “Canne al vento - Un popolo che si piega, ma non si spezza” da Grazia Deledda, regia e adattamento di Simeone Latini. Le parole di Grazia Deledda rivivono attraverso una rilettura appassionata e scenica attraverso un viaggio nella sua poetica e nel suo tempo. Un viaggio poetico sulla fragilità umana, dove i destini si piegano come "canne al vento".
A ridosso di un grande bosco vivono due fratellini inseparabili: il coraggioso Hansel e la piccola Gretel. I due bambini, purtroppo, vivono nella povertà insieme ai loro genitori. Un giorno, quando in casa non c’è più nulla da mangiare, il padre e la madre, disperati, decidono di abbandonarli nel cuore del bosco e da lì tante cose accadranno: incontreranno anche una strega, molto speciale a dire il vero, ma sempre terribile. Riusciranno i due fratellini a sconfiggere la strega e a ritrovare la via di casa?
Dai Fratelli Grimm
Testo e regia Elisabetta Podda
Lo spettacolo è un viaggio nei labirinti della mente e del cuore umano tra scenografie essenziali ed evocative risuona il racconto di una vita, tra le (dis)avventure e gli esperimenti di un giovane chimico e la tragedia terribile della Shoah. Sulla falsariga dei racconti, in cui gli elementi della Tavola di Mendeleev si legano, di volta in volta, per libere associazioni, a trame fantastiche e a momenti emblematici della biografia di Primo Levi, Il monologo tratto dalle parole di una delle coscienze più lucide del Novecento è un “flusso di coscienza”, che restituisce la voce dell’uomo, dell’intellettuale, del poeta e dello scrittore.
«Una figura esemplare, che partendo dalla concretezza del mestiere di chimico, riflette, si educa, e in qualche modo ci educa, a ricomprendere le cose e gli uomini, a prendere posizione, lontani dalla “grigia innocenza” a misurarci, a ritrovare un nostro esistere meno disumano, e riscoprire l’esigenza di testimoniare a favore della scintilla fondamentale della ragione e della imprescindibile difesa della dignità di ciascuno».
Nello spettacolo si ritrovano in “Idrogeno”, i germi della vocazione di scienziato – «saremo stati chimici» – e tracce della genealogia familiare in “Argon”, mentre dalla preparazione del solfato di “Zinco” deriva «l’elogio all’impurezza», e “Cerio” descrive una profonda amicizia nata nell’orrore e nel gelo del lager, poi l’invenzione di “Carbonio”, sulle successive trasformazioni e trasmigrazioni di un atomo, dal regno della natura fin nella mente umana. Infine la poesia, con “Le pratiche inevase”, sintesi estrema di un’esistenza, tra sogni dimenticati e progetti in sospeso.
A cura del Teatro del Segno.
Mi piace la poesia, mi piacciono le poesie di Mario: il suo modo di porsi nei confronti della vita, la visione lucreziana della natura, la memoria del tempo che passa e il dolore immanente di un momento che si è fermato per sempre e che mai si può dimenticare, e ciononostante il riguardarsi indietro senza rimpianti, ricuperando anzi, con dolce nostalgia, gli affetti e il mistero femminile e il piacere dell’amore che sono il fondamento di una vita vissuta, sempre saldi anche ora che la giovinezza è andata, quasi a modello di quell’eroe della dignità umana che è Ulisse, l’ Odisseo del mito greco, ancora oggi simbolo del nostro umanesimo.
Ascoltandone la lettura, con la bella voce di Mario, le poesie hanno suscitato in me emozioni che ho subito desiderato tradurre in immagini, sul palco del teatro. Cosa per niente facile, anzi molto rischiosa, ma non per questo intendo tirarmi indietro. Lavorare ad un teatro di poesia significa per me muovermi con la strategia delle corrispondenze, delle analogie, combinando insieme differenti registri, in particolare quello poetico, quello teatrale e quello musicale.
Si tratta di un linguaggio particolare, evocativo, molto simile alla struttura di una canzone, magari ermetica, con un simbolismo adatto ad illustrare segrete corrispondenze e capace di seguire ed esprimere adeguatamente i motivi tematici delle poesie. Il gioco delle analogie diventa qui fondamentale: le liriche, che non perdono la loro autonomia e identità, compaiono in un teatro d’immagini che sono richiamate da echi, evocazioni, rimandi poetici di riti e miti, che diano voce alla natura, agli alberi, alle piante, al vento, alle onde, alle nuvole, alle albe e alle notti. Che ci facciano sentire il desiderio e le sfide epiche della gioventù, che ci facciano cogliere odori, sapori, suoni, voci, parole, l’ambra del corpo e della pelle.
Una scrittura scenica delicata, onirica e musicale, un teatro di immagine impalpabile e ricco di segni da guardare, come si ascolta un disco di cui non ricordiamo l’autore, ma che ci affascina e ci sembra tanto familiare da averlo conosciuto da sempre.
Una scrittura scenica che sappia valorizzare le liriche di Mario cogliendone le urgenze poetiche, le riflessioni e le giuste emozioni e i miti sottesi.
Pier Paolo Conconi
A cura del Teatro di Sassari.
Chi non conosce Oscar Wilde, autore del celebre romanzo Il ritratto di Dorian Gray? Ma Wilde non scriveva solo romanzi e poesie: tra le sue opere più toccanti ci sono anche racconti per bambini, pensati per i suoi figli Cyril e Vyvyan, e per tutti coloro che conservano la meraviglia dell’infanzia. Questo spettacolo dà voce alle fiabe dello scrittore irlandese e prova a ricreare quel legame speciale tra genitori e figli, solido e gioioso, come sapeva fare il nostro favoloso Oscar.
In scena, l’autore e il suo allievo narrano alcune delle sue storie più celebri, come Il Principe Felice, una fiaba sull’altruismo, l’onestà e il sacrificio per il bene degli altri, e Il Gigante Egoista, in cui il protagonista passa da burbero a gentile grazie ai bambini che lo circondano. Attraverso la poesia e l’estetica dell’epoca vittoriana, i due attori affrontano con delicatezza temi come l’onestà, l’altruismo, il coraggio, l’amore e la compassione.
A supporto della narrazione, una scenografia fatta di oggetti e sagome ispirate ai disegni degli illustratori vittoriani Crane, Shannon, Hood e Ricketts.
Racconti per bambini e adulti, che hanno conservato la meraviglia dell’infanzia, dallo stile semplice e toccante, che conquistarono i cuori dei piccoli inglesi di allora e che, ancora oggi, sanno commuovere e far riflettere.
A cura del Teatro Akroama.
Dani conosce Cris durante una notte di baldoria e finiscono per stare insieme.
Cris incontra Dani per dirgli che non vuole più vederlo e finiscono per parlare.
Dani vuole conoscere meglio Cris e lei finisce per chiamarlo.
Cris si sente attratta da Dani ma finisce per raccontargli…
Tres Cosas (Tre Cose) è una commedia romantica del tipo “lei incontra lui” che sviscera con ironia i timori più profondi che minacciano le relazioni umane: la paura di soffrire, dell’impegno, del fallimento, dell’incertezza costante dei sentimenti o dell’incostante certezza dei figli…
A cura di Producciones Circulares.
Johann Wolfgang Goethe intraprende il suo Viaggio in Italia con lo spirito di un esploratore e l’animo di un artista: attraversa le città, ammira le rovine, osserva la gente, annota impressioni con la meraviglia di chi scopre un mondo nuovo. L’Italia, per lui, non è solo una terra da visitare, ma un luogo da comprendere e interiorizzare, un’esperienza capace di trasformarlo profondamente.
In questa performance di Angelo Trofa, le parole di Goethe rivivono attraverso una rilettura appassionata e scenica del suo diario di viaggio, restituendo al pubblico la forza della sua visione. Un percorso che vuole sia riscoprire uno dei testi più importanti della letteratura di viaggio, sia essere uno spunto ironico per osservare il nostro paese a distanza di più di 200 anni.
Cosa ci è rimasto? Seguendo l’itinerario di Goethe, ripercorreremo alcuni dei passi più iconici della sua opera, come la stupefazione di fronte alla maestosità di Roma, l’energia travolgente di Napoli, la rivelazione della Sicilia poi il clima, gli incontri, le riflessioni.
Attraverso il dialogo tra il testo originale e una rilettura moderna, questo spettacolo non solo restituisce il viaggio di Goethe nella sua autenticità, ma lo rilegge con ironia e leggerezza, mostrando come le sue parole possano ancora aiutarci a guardare l’Italia con stupore – e magari con un sorriso.
A cura di Teatro Akroama.
Se la formazione e i più generali caratteri culturali di Philip Roth fanno riferimento al Nord Est di quell’America della quale fin dall’infanzia lui assume in proprio i tratti, le consuetudini, le passioni giovanili proprie di certa popolazione immigrata di più o meno recente generazione -proficuamente insediata in quel contesto d’America – è anche vero che il richiamo delle radici resta forte, e insiste sulle scelte di vita e letterarie dell’autore, e non di rado nell’ampio peregrinare della scrittura lo riporta indietro, in un andare a ritroso attraverso le generazioni.
L’orgia di Praga, apparentemente un’operina, pulsa del desiderio d’appartenenza e condivisione.
C’è il riconoscimento di una distanza avvertita e sofferta dal soggetto scrivente, per caso portato dagli eventi in quella terra della sua antica origine, al tempo ancora oppressa dalla violenza della dominazione sovietica.
Le figure, faticosamente, stentatamente si aggirano sulla scena dell’opera, quasi fantasmi nella nebbia offuscante di un diritto di sopravvivenza tanto reclamato quanto negato, e pure si stagliano per la nettezza della rappresentazione, e si fanno elementi di configurazione di un più ampio spaccato umano che può facilmente essere assunto a segno di una mortificante conduzione di vita, quasi negazione della vita stessa.
La scelta di trarre un’idea di messinscena dagli umori de L’orgia di Praga si lega idealmente alla già consumata esperienza – da parte dell’autrice/regista- che fu nella traslazione teatrale del romanzo “Le braci”di Sandor Marai felicemente portata alla scena, e al desiderio ancora una volta presente di appuntare lo sguardo su quell’ampio versante d’Europa drammaticamente segnato da espropriazioni di territori e caratteri, di culture, di logos; un’ulteriore occasione di riflessione che pure nel mutato contesto storico-politico degli ultimi decenni cerca di cogliere, nelle leggibili contraddizioni del presente, le tracce di un passato la cui drammaticità non è ancora affidata alla polvere del tempo.
Laura Angiulli
A cura di Galleria Toledo.
Il progetto, partendo da Ecuba, ma non concentrandosi esclusivamente su di lei e rielaborandone il mito, si estende alla figura delle madri nei conflitti bellici e si pone come una riflessione sull’insensatezza della guerra, sulla violenza che scatena e in particolare su quella che passa sul corpo delle donne. Lo spettacolo osserva la devastazione della guerra e la perdita dei figli in ogni conflitto bellico di ieri e di oggi in un’ottica di rilettura del mito tra passato e presente. È un focus sulla maternità violata e sull’urlo di dolore che squarcia l’animo di una madre dando voce alla figura di una donna ridotta a un cumulo di macerie emotive, ma anche alla forza resiliente offrendo un’analisi della condizione femminile in tempo di guerra.
La donna che sulla sua pelle ha visto, vissuto, provato violenza e tuttora vede, vive e prova violenza.
Un rito laico sulle guerre di ieri e di oggi e le ferite delle donne.
Una performance che possa donare un seme agli spettatori, che li porti a riflettere, a voler cambiare l’orrore in solidarietà e in ascolto dell’altro.
Un grido che giunge fino ad oggi, alle guerre che l’uomo continua a perpetrare.
A cura di Teatro Scientifico.
Tre personaggi senza nome, tre clown, abitano uno spazio indeterminato, delimitato circolarmente. Uno spazio in cui si intrecciano ombra e luce, tempo e spazio, giorno e notte. Uno spazio presieduto dalla luna e da un pianoforte, scrigno di musica e dialogo condiviso.
Per loro, la vita è un infinito ricominciare, un eterno fluire il cui destino li riporta sempre al punto di partenza. Il loro giardino, il giardino di Valentín è il luogo perfetto. Lì danno sfogo a fantasie, scherzi, illusioni, risate, immaginazione. Sono l’uno e l’altro. Sono due e tre. Semplicemente, sono.
La loro esistenza è segnata dalla ripetizione: immaginano situazioni, esprimono desideri e inventano storie impossibili. Ma c’è un mistero irrisolto: quella crepa che un giorno si aprì davanti a loro, inaspettatamente, e che non ebbero il coraggio di attraversare… C’è vita oltre il loro giardino? Se così fosse, cosa li aspetterebbe là fuori?
Di fronte all’incertezza, dando libero sfogo alla loro curiosità umana, cosa accadrebbe se uno di loro, un giorno qualsiasi, decidesse rompere la convenzione, giocare al gioco della libertà, attraversare la crepa e vivere la propria avventura?
Attraverso sorrisi complici e sguardi ammiccanti, El Jardín de Valentín ci invita alla riflessione, al godimento del teatro e alla contemplazione della bellezza della vita, perché il mondo è vasto, complesso e sembra inafferrabile…
Lo spettacolo rende omaggio all’attore di cabaret, clown “metafisico” e drammaturgo Karl Valentin (Germania, 1882-1948).
A cura di Tranvía Teatro.
Tridicino è un viaggio in barca nel mare di Sicilia, tra alghe, correnti, polpi giganti, veloci paranze, dragunare (le terribili “trumme marine” sconfitte con l’arte antica tramandata di padre in padre) e conchiglie che “sonano” la musica del vento. Ma soprattutto è un viaggio sulle onde e nelle profondità del mare Camilleriano. Un racconto di ispirazione mitologica denso di emozioni, di spunti ora ironici, ora malinconici e di rimandi ad un mondo ormai quasi scomparso, ma ancora vivo nella tradizione del “Cunto”.
I tanti strumenti suonati dall’etnomusicologa Roberto Catalano evocano con suggestione i suoni dell’acqua, del mare e delle conchiglie, in un rapporto ancora diretto con la natura incontaminata e tutto il mondo favolistico che viene dal mare. Si riporta alle legende e ai miti marini evocando anche episodi drammatici come l’arrivo dalla tromba marina e il rischio conseguente per la comunità molto coesa dei pescatori.
A cura di Lunaria Teatro.
Quattro sorelle: Irma, Emma ed Anna e la defunta Clara! Attendono l’arrivo del feretro della loro cara e per sbrigare velocemente le pratiche, incaricano il tuttofare Sisinni ovvero il pasticcione! “Problemi? Difficoltà? Pensieri? Ci Pensa Sisinni! Accompagnato dal suo fido aiutante Nassiu.
Ma che confusione!!!! Arriva Sisinni, il quale, vittima della sua stessa dabbenaggine, crede che l ‘ evento cerimonioso cui è stato chiamato trattasi non del funerale della signorina Clara ma del matrimonio di una signorina che nulla a che fare con le tre sorelle, addirittura vive in un’altra città!!
In un crescendo di battute esilaranti, di gags i cinque scatenati attori mettono in scena un classico della commedia: l’equivoco!
A cura di Teatro Tragodia.
Chi non conosce New Orleans? La città dove, nelle case malfamate di Basin Street, nacque il jazz; dove musicisti neri, celebri quanto campioni di baseball, intossicati di fumo e di vita, soffiavano nelle trombe e nei sax spasimi congestionati, strappando alle note un rantolo di esistenze bruciate. Una città dove si linciavano immigrati europei, filibustieri e avventurieri, e tutto attorno stendeva le sue acque fangose il delta del Mississippi. Pittoresca, certo. Ma questo pittoresco non è ciò che interessa Tennessee Williams.
Il suo sguardo, limpido e febbrile, si posa sul Middle West, sulla linea mobile del confine, sul Sud profondo, sui porti dove si sfiorano e scontrano civiltà e razze. I personaggi, e ancor più spesso le protagoniste, di Williams sono creature costrette a compensare le crudeli insufficienze della realtà con un ricorso disperato all’immaginazione. L’illusione, e dunque la follia, nasce negli insoddisfatti, nei disillusi, in coloro a cui la vita ha sottratto l’unico bene necessario; e, spezzando l’equilibrio morale, genera una tensione nuova, istintiva, animale, febbrile.
La poetica di Williams cerca di riprodurre, e quando può di rivelare, la verità misteriosa delle cose, evocandola con una minuzia allusiva che ricorda Čechov, fatta di dettagli, di contrappunti, di piccole incrinature emotive. Sono storie di periferia, non di metropoli. Storie marginali di una società perduta, dove la fragilità umana vibra più scoperta.
Tridicino è un viaggio in barca nel mare di Sicilia, tra alghe, correnti, polpi giganti, veloci paranze, dragunare (le terribili “trumme marine” sconfitte con l’arte antica tramandata di padre in padre) e conchiglie che “sonano” la musica del vento. Ma soprattutto è un viaggio sulle onde e nelle profondità del mare Camilleriano. Un racconto di ispirazione mitologica denso di emozioni, di spunti ora ironici, ora malinconici e di rimandi ad un mondo ormai quasi scomparso, ma ancora vivo nella tradizione del “Cunto”.
I tanti strumenti suonati dall’etnomusicologa Roberto Catalano evocano con suggestione i suoni dell’acqua, del mare e delle conchiglie, in un rapporto ancora diretto con la natura incontaminata e tutto il mondo favolistico che viene dal mare. Si riporta alle legende e ai miti marini evocando anche episodi drammatici come l’arrivo dalla tromba marina e il rischio conseguente per la comunità molto coesa dei pescatori.
A cura di CTB – Companhia de Teatro de Braga.
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